Una città sospesa tra il cinismo e la rassegnazione, un palcoscenico dove la politica non è più servizio, ma una sorta di recita a soggetto.
Il fenomeno sociologico interessante, anche se amaro è la trasformazione del guaio giudiziario in medaglia al valore.
Quando un aspirante sindaco riesce a narrare le proprie peripezie legali come un attacco al territorio o come il prezzo da pagare per aver amato troppo, scatta quel meccanismo di identificazione in cui la zona grigia si sente difesa, quasi legittimata nel suo stare ai margini delle regole.
Il tormentone del colpevole d'amare è un classico della comunicazione populista locale.
Funziona perché sposta il focus dalle carte processuali al sentimento.
Se il beniamino soffre, è colpa di un sistema che vuole bloccare lo sviluppo della città.
Non è più una questione di legalità, ma di passione contro la burocrazia.
Il disagio delle zone lasciate a se stesse è il terreno fertile per questa narrazione.
Quando lo Stato o il Comune arretrano, lasciando buchi neri di incuria, il cittadino non cerca più il buon amministratore, ma il protettore.
L'aumento degli stipendi è visto come il primo atto concreto dei nuovi eletti.
Quindi le promesse vacue utilizzate come sedativo per una popolazione che, pur sapendo di essere intortata, preferisce la chiacchiera alla solitudine dell'abbandono.
In sintesi, sembra che la campagna elettorale si stia preparando a essere un enorme esercizio di commercializzazione del limone:
spremere il possibile finché c'è succo, vendendo la buccia come se fosse oro.
La crudezza di questa visione è forte dei fatti che ogni giorno si palesano in Campania, non ultimo l'assessore di Forza Italia agli arresti.
Ma che tocca nervi scoperti di molte realtà locali italiane dove il confine tra consenso e complicità si fa sottile.
RDM