La riduzione del linguaggio a un mero campo di battaglia ideologico, si inserisce perfettamente in questo quadro di generale disfacimento.
La pretesa di riformare la società modificando le desinenze dei ruoli istituzionali, non è che l'ennesimo sintomo di un'epoca che preferisce la superficie alla sostanza, sostituendo l'efficacia dell'azione con la vacuità della propaganda.
Si assiste alla bizzarra pretesa di imporre per via burocratica o moralistica una neolingua, che anziché valorizzare la figura femminile nei ruoli di comando, ne depotenzia la portata istituzionale, quasi che il genere del sostantivo potesse surrogare la competenza o l'autorevolezza.
Questa propensione a rincorrere modelli culturali estranei alla tradizione giuridica e linguistica nazionale, dimostra la debolezza di una classe dirigente e non, incapace di elaborare risposte autonome.
Si mutuano acriticamente schemi d'oltreoceano per coprire l'assenza totale di una visione strategica, applicando al dibattito pubblico italiano, le stesse logiche di polarizzazione esasperata che caratterizzano altri contesti.
Il risultato è una paralisi del buon senso, dove la discussione sui massimi sistemi comunicativi, serve da paravento per non affrontare le miserie quotidiane.
Mentre a livello centrale ci si barrica dietro la gestione dei flussi informativi e la protezione dei ruoli di potere, la periferia sconta il prezzo più alto di questa abdicazione dello Stato.
La rarefazione del senso di legalità, che parte proprio dal disprezzo per la precisione formale e sostanziale delle regole, si traduce sul territorio avellinese in un vuoto pneumatico in cui le forze dell'ordine appaiono spettatrici passive, di un degrado strisciante.
Quando le istituzioni preferiscono la narrazione alla realtà, i cittadini rimangono orfani di punti di riferimento credibili, esposti alle dinamiche di una microcriminalità e di potentati locali, pronti a occupare ogni spazio lasciato scoperto dal disinteresse collettivo.
RDM



