L'analisi del Vescovo sulla futura amministrazione si rivela un esercizio di retorica fanciullesca, una sorta di libro delle favole dai contenuti talmente generici da rendere impossibile qualsiasi obiezione.
Il prelato delinea il profilo di una città ideale dove il divertimento si sposa con il lavoro e la cultura, il tutto ambientato in uno scenario bucolico fatto di strade impeccabili e aiuole rigogliose.
Tuttavia, la memoria collettiva non può ignorare le contraddizioni di questa figura.
Si tratta dello stesso esponente del clero che non ha esitato a spendersi politicamente in favore di Laura Nargi, ma che, in una tragica serata di nubifragio, non aprì il portone del Vescovato a un senzatetto rimasto senza riparo.
La narrazione idilliaca della Curia cozza violentemente con la realtà dei fatti.
Risulta grottesco predicare la città perfetta, quando si nega il soccorso basilare agli ultimi proprio nel momento del bisogno.
L'ipocrisia la fa da padrona, il sostegno manifesto a una candidata che continua a negare i propri legami con i partiti, pur essendone circondata, getta un'ombra sulla neutralità e sull'etica pastorale.
Mentre il Vescovo fantastica su aiuole fiorite, restano inevasi i dubbi sulla gestione delle partecipate, come la presidenza della Rubilli ancora affidata ad Aldo Nargi, e sulla reale volontà di rinnovamento della classe dirigente.
Questa visione edulcorata sembra servire solo a coprire le macerie di una gestione amministrativa, che ha privilegiato l'apparenza e il consenso clientelare, a scapito della dignità dei cittadini e della manutenzione dei servizi essenziali.
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