La rimozione di Gianluigi Marotta da parte del commissario Perrotta segna il crollo di uno degli ultimi bastioni di quel sistema che per tre lustri ha tenuto in scacco i conti di Avellino.
Finalmente il prefetto reggente ha deciso di fare pulizia, dimostrando con i fatti quella sfiducia che qualunque osservatore dotato di onestà intellettuale, covava da tempo immemore.
Non deve essere stato semplice esautorare il ragioniere generale, un uomo capace di sopravvivere a svariate amministrazioni, e a tempeste giudiziarie che avrebbero suggerito a chiunque altro un dignitoso ritiro.
Invece, per vederlo finalmente lontano da Piazza del Popolo, è stato necessario ricorrere a un sostituto a scavalco, che farà la spola tra Taranto e il capoluogo irpino, un paradosso logistico che la dice lunga sulla terra bruciata lasciata intorno a certe scrivanie.
Le chiacchiere di facciata non riescono a nascondere il fallimento di un modello gestionale che vedeva in Marotta una figura non solo affidabile, ma indispensabile.
Per Laura Nargi e Gianluca Festa il ragioniere era il garante di bilanci che troppe volte sono apparsi come opere di pura fantasia contabile, utili solo a sostenere l'impalcatura di un potere che oggi mostra tutte le sue crepe.
Il fatto che il commissario abbia preferito un professionista pendolare dalla Puglia piuttosto che confermare chi ha gestito i conti negli ultimi quindici anni, è il segnale inequivocabile di una discontinuità necessaria, quasi un esorcismo laico contro il porto delle nebbie che ha avvolto il comune.
Mentre la struttura burocratica viene lentamente bonificata, la politica locale continua a offrire lo spettacolo deprimente di chi non sa o non vuole affrancarsi dal passato.
Vedere esponenti di spicco come Cirielli o Martusciello insistere su riferimenti legati a doppio filo con inquisiti e figure miracolate, conferma che la morale e l'etica restano, per certi schieramenti, concetti astratti o fastidiosi intralci.
Lo spirito garibaldino che ha connotato Avellino per anni, fatto di assalti alla diligenza pubblica e indifferenza per le regole, sembra essere l'unico collante di una classe dirigente che teme il ritorno a una normalità fin troppo esautorata.
La speranza di una dimensione diversa per la città resta appesa a questi rari gesti di rigore amministrativo, in attesa che i cittadini smettano di essere spettatori passivi di questo sfacelo programmato.
L'illusione del liberi tutti propinata dal duo degli ex sindaci come una sorta di rinascimento urbano in salsa enjoi rappresenta la sintesi perfetta di una pochezza intellettiva che scivola inevitabilmente nel degrado culturale.
Vendere il caos come libertà e il rumore come vitalità, è il trucco becero di chi, non avendo visioni, punta tutto sulla distrazione di massa.La città non rinasce attraverso le notti infauste animate da musica a volume intollerabile, utili solo a nutrire la noia dei perdigiorno e a fornire una copertura sonora ideale per i traffici dello spaccio e altre nefandezze che proliferano nell'ombra di questa presunta allegria collettiva.
La comunità reclama a gran voce il ritorno al rispetto e alle regole, stanca di essere ostaggio di un'anarchia programmata che favorisce il malaffare a discapito della vivibilità.
Questo modello di gestione urbana, basato sulla compiacenza verso i peggiori istinti della piazza, ha trasformato Avellino in un territorio di conquista per soggetti che non hanno nulla a che fare con il bene comune.
Il silenzio assordante della politica davanti alle lamentele dei cittadini che chiedono solo decoro e sicurezza è il segno di una complicità che non può più essere ignorata.
Chi ha amministrato finora ha scambiato il governo della città con l'organizzazione di un perenne e scadente circo provinciale, dove la legalità è diventata un optional fastidioso da sacrificare sull'altare del consenso facile.
L'arroganza di voler far passare questo sfacelo per progresso è un insulto a chi ancora crede che la dignità di un capoluogo passi per l'ordine e la trasparenza.
Non esiste rinascita senza una profonda bonifica morale che parta proprio dal rifiuto di queste politiche del chiasso e dell'illegalità tollerata.
La città è stanca di essere il palcoscenico di una farsa che nasconde sotto i tappeti dello sballo notturno la polvere di un'amministrazione fallimentare, ormai prossima a un tramonto che non potrà essere né lieto né silenzioso.
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