L'analisi tocca un nervo scoperto della gestione del potere locale, dipingendo un quadro in cui l'elettorato sembra oscillare tra una rassegnata assuefazione e una strana forma di desiderio per quegli stessi meccanismi che hanno generato il declino.
L'operazione che sta delineandosi somiglia a una scacchiera dove ogni mossa è studiata per blindare il territorio.
La manovra dell'ex governatore De Luca su Salerno e il successivo spostamento del baricentro verso Avellino tramite figure di assoluta fiducia come Francesco Todisco, suggeriscono una volontà di centralizzazione che non ammette repliche.
In questo contesto, il Partito Democratico non appare come un corpo unitario ma come un terreno di scontro dove le vecchie logiche del clientelismo e della fedeltà personale prevalgono sui progetti collettivi.
Il caso di Maurizio Petracca è emblematico della differenza tra forza numerica e reale indipendenza politica.
Possedere un bacino di venticinquemila preferenze è un risultato mastodontico, eppure la quantità di voti non si traduce automaticamente in sovranità decisionale se il sistema di riferimento resta quello dell'obbedienza gerarchica.
Al contrario, il gesto di Nicola Giordano viene percepito come una rottura di questo schema, un tentativo di sottrarsi a una dinamica di controllo che sembra soffocare ogni voce fuori dal coro.
L'avellinismo cronico è forse l'espressione di un sistema che si nutre delle proprie anomalie.
Quando una popolazione accetta o addirittura invoca il ritorno di chi ha causato le criticità attuali, ci troviamo di fronte a un cortocircuito democratico.
La resistenza delle altre province, più ostiche, sarà il vero banco di prova per questo disegno di espansione totale della galassia deluchiana.
RDM