I media hanno finalmente cominciato a occuparsi del degrado in cui versano gli alloggi post-terremoto.
Cartongesso ridotto a una spugna intrisa d’acqua, pareti aggredite dalla muffa, e condizioni abitative che impongono una riflessione seria, sulle responsabilità di chi dovrebbe garantire dignità e sicurezza ai cittadini.
Eppure, mentre c’è chi è costretto a convivere con l’emergenza abitativa, le priorità di chi governa sembrano concentrate altrove.
La modifica delle curve dello stadio incombe, come se le sofferenze di chi vive in condizioni precarie fossero un problema secondario, sacrificabile sull’altare delle esigenze sportive.
Il desaparecido assessore Giancarlo Giordano, il sindaco e tutti gli amministratori impegnati nella partita dello stadio, dovrebbero interrogarsi su questa evidente sproporzione di attenzione.
Prima ancora di rivendicare risultati, dovrebbero spiegare ai cittadini quali risposte concrete, siano state date a chi aspetta una casa dignitosa, e perché le emergenze sociali sembrino destinatarie di un’attenzione tanto inferiore, rispetto ai progetti legati all’impianto sportivo.
Perché chi amministra percepisce un compenso pagato dalla collettività, e a quel compenso devono corrispondere responsabilità, impegno e risultati verificabili.
Non basta occupare una poltrona: bisogna dimostrare di meritare la fiducia ricevuta.
Ma il problema non riguarda soltanto le priorità amministrative.
Investe anche il modo in cui si vive l’appartenenza politica.
Appartenere a un partito dovrebbe significare condividere idee, valori e obiettivi.
Troppo spesso, invece, sembra ridursi a un atto di fede, a un’obbedienza alle direttive di gruppo, anche quando non coincidono più con le proprie convinzioni.
Quando qualcuno riesce finalmente a squarciare il velo della mistificazione e decide di allontanarsi, resta da capire se lo faccia per coerenza e per principio, oppure se stia semplicemente cercando una nuova sponda sulla quale approdare.
Perché, in politica, il cambiamento di casacca non sempre coincide con un cambiamento di idee, talvolta cambia soltanto il luogo dal quale esercitare il potere.
È in questo meccanismo che il servizio al cittadino rischia di trasformarsi in una promessa vuota.
E allora la domanda è inevitabile: la politica è ancora uno strumento per risolvere i problemi delle persone o è diventata, troppo spesso, un mezzo per conservare posizioni e conquistare nuovi spazi di potere?
A giudicare dalle emergenze che restano irrisolte e dalle energie spese su altre questioni, i cittadini hanno tutto il diritto di pretendere risposte.
Perché una città non si governa soltanto progettando uno stadio, si governa, prima di tutto, garantendo dignità a chi una casa dignitosa ancora non ce l’ha.
RDM











