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martedì 10 marzo 2026

Avellino: scrivere non basta se l'anima è perversa..!

 



L’immagine dei sindaci irpini che accorrono sotto le insegne della Lega offre la misura esatta dell’amnesia collettiva che colpisce chi dovrebbe, per mandato e dignità, custodire la memoria del proprio territorio. 

Questi amministratori sembrano aver rimosso con una velocità sospetta la storia recente di un partito che ha edificato le proprie fortune elettorali, immaginando il Mezzogiorno come una distesa di macerie morali e civili. 

Gli inni del Carroccio sono stati scritti per decenni attingendo a un repertorio di contumelie e irrisioni volgari, spesso sfociate in una disumanità ostentata che oggi viene pudicamente celata dietro una facciata di finto pragmatismo nazionale.

Invece di provare un sussulto d’orgoglio davanti a chi ha fondato la propria identità sull’odio verso il Sud, questi figuranti preferiscono ignorare il passato per un piatto di lenticchie di potere immediato. 

Si assiste alla celebrazione del cazzismo elevato a religione civile, una dottrina che vede nella pseudo politica un mero strumento di affermazione personale, privo di qualsiasi ancoraggio ai valori fondamentali che dovrebbero invece dettare le prerogative dell'agire pubblico. 

La dedizione alla causa non è più un esercizio di etica, ma una rincorsa al posizionamento tattico che dimentica le offese subite dai propri concittadini in nome di una poltrona.

La coerenza viene sacrificata sull’altare di una convenienza di cortissimo respiro, mentre il senso di appartenenza a una comunità viene svenduto a chi, fino a ieri, considerava l’Irpinia e il resto del meridione, come un peso morto da sganciare. 

Questi sindaci si muovono con la disinvoltura di chi non teme il giudizio della storia, convinti che il trasformismo sia l'unica bussola possibile, in un panorama politico ormai privo di spina dorsale. 

Il risultato è un teatrino deprimente dove l'interesse particolare schiaccia il bene comune, confermando come la dignità sia diventata una merce rara tra i palazzi del potere locale.

La carenza di una classe dirigente degna di tale nome ad Avellino è la plastica rappresentazione di un servilismo di ritorno, fotocopia sbiadita delle miserie che infestano il panorama nazionale. 

La piazza irpina si popola di factotum pronti a tutto, figure intercambiabili dedite all'ossequio verso il potente di turno in una rincorsa affannosa alla briciola di potere. 

Ciò che colpisce non è tanto la fluidità ideologica, quanto l'assoluta indifferenza collettiva dinanzi a un conflitto d'interessi che grida vendetta. 

Il soggetto in questione gode infatti di un annoso appalto cimiteriale con il Comune, un legame contrattuale che non sembra impensierire nessuno nei palazzi che contano. 

L'etica pubblica viene così sepolta sotto una coltre di silenzio complice, dove il controllore e il controllato finiscono per coincidere in un abbraccio incestuoso che offende il buon senso prima ancora che la legge.

Non si può fare a meno di notare l'ironia sinistra che avvolge questa possibile ascesa al soglio cittadino del Walter Giordano estimatore all'unisono di Festa e Nargi.

E inoltre, affidare le chiavi della città a chi per mestiere e profitto si occupa di decessi, non appare certamente come il miglior auspicio per una comunità che avrebbe un disperato bisogno di linfa vitale. 

In una città già morente sotto i colpi dell'incuria e del clientelismo, l'immagine di un sindaco custode di loculi e funerali, suona come l'estrema unzione per ogni speranza di rinascita. 

Avellino non necessita di affossatori della politica, ma di visioni capaci di guardare oltre il recinto del nulla in cui questa classe dirigente vorrebbe confinarla.

RDM


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