In questa nazione ridotta a un ammasso di fazioni contrapposte, le differenze ideologiche sono evaporate per lasciare spazio a un utilitarismo becero, in cui il singolo sceglie la coalizione più funzionale alle proprie necessità immediate, ignorando sistematicamente il concetto di comunità.
Il panorama governativo offre esempi lampanti di questo trasformismo morale.
Figure come Daniela Santanchè, Montaruli e lo stesso Del Mastro, padre dell'attuale tentativo di riforma, restano saldamente ancorate alla poltrona, nonostante in passato abbiano preteso dimissioni altrui per mancanze veniali.
Allo stesso modo, Giorgia Meloni è approdata a un garantismo esasperato e quasi patologico, ora che l'azione giudiziaria lambisce i membri del proprio esecutivo o i circoli a esso più vicini.
Si assiste al trionfo di una doppia morale che adatta i principi alla convenienza del momento.Ad Avellino, la situazione degenera in una farsa grottesca.
I sostenitori del governo locale e nazionale si sentono obbligati a votare secondo ordini superiori, convinti che l'obbedienza cieca sia l'unico certificato di appartenenza politica.
Tale approccio evidenzia una preoccupante atrofia intellettuale, dove il timore di perdere piccoli privilegi costringe dignità e coscienza al silenzio.
In questo contesto, Gianluca Festa e Laura Nargi diventano i modelli di riferimento:poco importa il peso dei processi o un passato discutibile, poiché l'unico valore riconosciuto è la capacità di agguantare e mantenere il potere.
Mentre ai rappresentanti del dissenso vengono preclusi gli accessi alle urne con pretesti meschini, i fautori del sistema sfilano esibendo i propri simboli senza alcun pudore.
La città e il Paese sprofondano così in un baratro dove l'ovvio non necessita nemmeno più di essere spiegato, sommerso com'è da un conformismo che ha ormai rinunciato a ogni barlume di etica.
La gestione della polizia municipale prosegue lungo un binario di discrezionalità irritante, dove il rigore pare applicarsi a intermittenza.
Gli abusi edilizi e le irregolarità urbanistiche restano intonsi, protetti da un’inerzia che sa di complicità o, peggio, di rassegnazione.
Parallelamente, il caos dei passi carrai privi di controllo permette ai soliti noti di mantenere prerogative ingiustificate, alimentando un senso di disagio collettivo che non trova ascolto nelle sedi istituzionali.
Tuttavia, con l'approssimarsi delle scadenze amministrative, lo scenario muta rapidamente.
I lanzichenecchi della politica locale, solitamente ignorati o relegati ai margini, acquistano improvvisamente un valore strategico.
La caccia al consenso trasforma questi figuri in pedine preziose, pronti a offrire servigi in cambio di una benevolenza futura che garantisca la prosecuzione del malcostume.
In questa Avellino allo sbando, la tutela del bene comune è un concetto astratto, sacrificato sull'altare di piccoli poteri personali.
Mentre la città affonda sotto il peso dell'incuria, l'apparato burocratico e repressivo sembra più impegnato a pesare i rapporti di forza che a garantire la legalità.
Il degrado non è più un incidente di percorso, ma lo stato naturale di una comunità che ha smesso di pretendere il rispetto delle regole minime di convivenza.
RDM
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