Un sistema di gestione della Cosa Pubblica che, nel caso dell'Alto Calore, sembra aver superato il limite della tollerabilità.
La questione dei trecento abusivi dell'acqua è solo la punta di un iceberg fatto di clientelismo, inefficienza tecnica e una gestione politica che ha usato l'ente come un bacino di consenso piuttosto che come un fornitore di servizi.
Quando un ente pubblico (o a partecipazione pubblica) rende impossibile o oneroso per il cittadino onesto essere in regola, crea il terreno fertile per l'illegalità.
Se lo strumento di misura è inaffidabile e l'azienda chiede cifre esorbitanti anche solo per verificarlo, il contratto sociale tra utente e fornitore si rompe.
Se il menefreghismo parte dall'alto, l'utente si sente legittimato a rispondere con la furbizia.
Questo però distrugge il senso di comunità e trasforma un diritto (l'acqua) in un furto o in un privilegio per gli amici degli amici.
L'ultimo amministratore all'Alto Calore, Alfonsina De Felice.
Il cambio frequente di amministratori senza un reale mutamento della strategia o dei risultati è una tecnica classica per prendere tempo.
Facce nuove, vecchi problemi; cambiare il vertice serve spesso a pulire la facciata senza mai affrontare il debito mostruoso, le perdite idriche strutturali (che in Irpinia raggiungono percentuali drammatiche) e le reti colabrodo.
Se vengono scelti profili che hanno già fallito, è evidente che la competenza non è il criterio di selezione, bensì la fedeltà politica o la capacità di garantire lo status quo.
Il Partito Democratico e i sindaci coinvolti tocca il cuore del problema irpino: l'Alto Calore è stato per decenni il fulcro del potere politico locale.
L'uso dell'azienda per assunzioni, consulenze e favori territoriali ha trasformato un ente tecnico in un ufficio elettorale permanente.
Proporre la messa in liquidazione significa chiedere la fine di un'era politica.
È per questo che, nonostante i bilanci in rosso e i procedimenti giudiziari, si preferisce l'accanimento terapeutico sulla pelle dei contribuenti.
La magistratura sta facendo il suo corso, la sbarra a cui chiamare i responsabili non è solo quella dei tribunali, è soprattutto quella della responsabilità storica.
L'acqua, risorsa vitale di cui l'Irpinia è ricca, è diventata il simbolo di una ricchezza depredata e gestita contro gli interessi degli stessi cittadini che la producono.
Se l'ente venisse davvero messo in liquidazione e la gestione passasse a un privato o a un ente sovra-territoriale, la politica locale perderebbe definitivamente il suo potere di ricatto sugli elettori, o troverebbero un altro carrozzone da cavalcare?
Certo che si, ma intanto il messaggio inviato alle persone potrebbe garantire per la prima volta un margine di giustizia insieme al controllo istituzionale dei prezzi.
RDM
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