La recente scenografia politica nazionale, culminata nell’improbabile saltello celebrativo di ministri e capo del governo, non ha certo contribuito a rasserenare un clima istituzionale già appesantito da tensioni e sospetti.
Un gesto apparso a molti puerile e provinciale, lontano dall’immagine che un Paese complesso come l’Italia dovrebbe trasmettere, soprattutto in un momento in cui la Campania si trova a vivere una fase particolarmente delicata.
In regione, infatti, si sta consolidando una dicotomia netta.
Da un lato la continuità con una gestione che ha spesso mostrato limiti evidenti, soprattutto per l’Irpinia, relegata a ruolo di periferia dimenticata rispetto agli assi salernitani e napoletani.
Dall’altro un centrodestra che cerca di presentarsi come alternativa, pur dovendo fare i conti con protagonisti che oggi si propongono come innovatori, ma che negli ultimi tre anni di governo non hanno dato prova di quella stessa visione ambiziosa di cui ora si fanno promotori.
Emblematica la posizione del viceministro Cirielli, il cui atteggiamento appare improntato più alla spocchia che all’autocritica.L’esponente di governo individua le responsabilità esclusivamente nella gestione deluchiana, accusata di aver accelerato gli interventi soltanto su alcune aree del territorio lasciandone in ombra altre.
Eppure, nel frattempo, sembra dimenticare la propria terra d’origine, condividendo il pensiero della Lega e di tutti coloro che vedano il nord del Paese quale unica possibilità di eccellenza.
Le difficoltà strutturali che l’Irpinia continua a subire, sono l'espressione maldestra di equilibri politici interni alla stessa maggioranza regionale, e da frizioni costanti tra il governatore e l'ex sindaco del capoluogo, Gianluca Festa.
Non è un mistero che Avellino abbia sofferto una cronica assenza di sostegno, e che il rapporto con il governo regionale non sia mai stato particolarmente virtuoso.
Un tema che oggi torna prepotente nella discussione politica.
L’unica vera novità di questa tornata elettorale è rappresentata da Roberto Fico.
Pur non condividendone totalmente l’impostazione politica, va riconosciuto che non sostiene il percorso di autonomia differenziata così come immaginato dal centrodestra.
Un modello ancora privo di una definizione completa dei livelli essenziali delle prestazioni e percepito, soprattutto al Sud, come un progetto con un’impronta marcatamente nordista, in un Paese dove la distribuzione dei finanziamenti statali continua a presentare squilibri storici.
A complicare il quadro interviene un dato che sta generando crescente insofferenza nei vertici nazionali:
la Campania è attualmente l’unica regione italiana a registrare una crescita superiore alla media.
Un risultato inatteso che finisce, indirettamente, per rafforzare anche la narrazione della gestione De Luca, nonostante critiche, contraddizioni e il malcontento diffuso in territori come l’Irpinia.
Ecco allora che il tema dell’autonomia differenziata ritorna centrale.
Non si tratta soltanto di una questione amministrativa ma del nodo strutturale più serio per il futuro del Mezzogiorno.La differenziazione potrà avere senso solo se i livelli essenziali delle prestazioni verranno garantiti davvero in modo equo e non, come troppo spesso accaduto, a vantaggio delle regioni settentrionali.
L’Irpinia osserva, attende e pretende finalmente un ruolo da protagonista.
Perché continuare a essere la cenerentola della Campania non è più un destino tollerabile.
RDM
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