L’Irpinia è uno dei territori idricamente più ricchi d’Italia: sorgenti come Cassano Irpino, Serino, Caposele e Montella alimentano acquedotti che portano acqua non solo alla provincia di Avellino, ma a vaste aree della Campania e della Puglia.
In un contesto simile, ci si aspetterebbe che la disponibilità locale fosse sempre abbondante, stabile e garantita.
La realtà, invece, è segnata da turnazioni, disservizi, reti colabrodo e una crescente percezione che l’acqua sia divenuta un bene per pochi.
Le ragioni affondano in decenni di scelte politiche, gestioni opache, investimenti mancati e compromessi interregionali.
Un sistema di captazione pensato per altri, non per gli irpini.
Gran parte delle infrastrutture idriche irpine è stata progettata nei decenni passati per soddisfare i fabbisogni di regioni e aree urbane più estese e popolose, soprattutto Napoli e Caserta.
In questa logica, l’Irpinia ha svolto la funzione di grande serbatoio, fornendo acqua di qualità elevatissima a milioni di cittadini, senza però ottenere investimenti adeguati sulle reti locali.
Un equilibrio tra ciò che viene prelevato e ciò che resta al territorio insieme a un ruolo decisionale proporzionato al suo peso strategico.
Di fatto, l’Irpinia esporta acqua come una risorsa primaria, ma non riceve benefici infrastrutturali commisurati.Uno dei nodi più gravi è la dispersione idrica, reti obsolete disperdono il 50-60% dell’acqua prima di arrivare ai rubinetti.
In molte aree irpine la rete ha tubazioni vecchie di decenni, bisognose di manutenzione straordinaria, superate da un clientelismo sfrenato che resterà nella storia.
Questo significa che anche con sorgenti ricchissime, l’acqua non basta mai, ogni crisi diventa più acuta del necessario, i cittadini pagano per un servizio inefficiente, mentre il territorio resta vulnerabile.
La gestione dell’acqua ha storicamente coinvolto consorzi, enti di ambito, comuni, società partecipate, enti regionali e accordi interregionali.
Questa frammentarietà ha favorito, scarichi di responsabilità, lentezza decisionale, difficoltà a pianificare interventi strutturali.
Nel tempo, gli enti gestori hanno accumulato debiti, rimandato lavori cruciali, e mantenuto un modello emergenziale che ha finito per diventare la norma.
Una politica spesso distratta, destra e sinistra con le stesse omissioni.
Il tema dell’acqua irpina è rimasto per anni ai margini del dibattito politico nazionale e regionale, indipendentemente dal colore dei governi.
Le promesse cicliche e investimenti strutturali mancati, gestioni commissariali prolungate, senza riforme organiche, accordi con altre regioni stipulati senza una reale difesa del territorio irpino, assenza di un piano serio di ammodernamento della rete.Il risultato è che ogni governo ha ereditato il problema e l’ha rimandato, preferendo spesso occuparsi di temi più redditizi dal punto di vista elettorale.
Le regioni e le aree urbane che dipendono dall'acqua irpina hanno un peso politico enormemente superiore a quello dell’Irpinia.
La Campania occidentale, il capoluogo partenopeo e la Puglia hanno un elettorato numeroso, un significato parlamentare importante e una pressione economica diretta su Roma.
Quando si è trattato di decidere la ripartizione idrica, l’Irpinia si è trovata spesso in una posizione subordinata.
Questo ha alimentato la percezione, e in parte la realtà, che l’acqua segua logiche politiche prima ancora che tecniche.
L’Irpinia ha una delle acque più pregiate d’Europa, grazie a un ecosistema montano capace di filtrare naturalmente le risorse idriche.
Ma questo patrimonio è fragile, le estati siccitose e gli inverni poveri di neve rendono necessario un riequilibrio urgente nella gestione.
L’Irpinia non soffre per mancanza d’acqua, ma per mancanza di visione.
Per decenni, governi di ogni colore hanno trattato la risorsa idrica come un serbatoio da cui attingere, non come un patrimonio da proteggere.
Oggi, mentre i cittadini vivono disservizi quotidiani, si impone una riflessione più ampia, la ricchezza idrica irpina deve tornare a essere un bene pubblico equilibrato, sostenibile e governato con responsabilità.
RDM
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