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sabato 26 settembre 2026

Avellino: il coraggio di essere uomini...



La condanna pronunciata nei confronti di Gianluca Festa per le offese rivolte al presidente dell’Ordine degli Architetti, Erminio Petecca, appare, a nostro avviso, sproporzionata, e rischia di alimentare la sensazione di un eccesso di rigore nell’esercizio della funzione giudiziaria.

Tale epilogo richiama, per alcuni aspetti, la severità dimostrata nella vicenda di Rosario Lamberti, per il quale la detenzione prosegue in ragione del formale cumulo delle pene previsto dall’ordinamento.

Proprio la consapevolezza delle pesanti conseguenze che possono derivare da determinate vicende giudiziarie dovrebbe suggerire, in ogni circostanza, una particolare misura. 

Quando, invece, il rigore finisce per prevalere sulla proporzionalità, il rischio è che l’esercizio del potere perda quella dimensione di equilibrio che dovrebbe sempre accompagnarlo.

Per l’ex sindaco si aprono ora procedimenti relativi ad addebiti di ben altra gravità. 

Sarà la magistratura, nelle sedi proprie, a stabilire responsabilità e conseguenze. 

Festa, almeno finora, ha mantenuto una posizione di ferma rivendicazione delle proprie ragioni, senza rinunciare a difendere le proprie scelte e il proprio operato. 

Un atteggiamento che, nel bene e nel male, si distingue da quello emerso in altre analoghe vicende.

E qui torna alla mente la celebre classificazione contenuta ne Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia, nella quale gli uomini vengono idealmente suddivisi in cinque categorie: 

gli uomini veri, i mezz'uomini, gli ominicchi, i ruffiani e, infine, i quaquaraquà.

Una tassonomia amara e spietata, nella quale Sciascia descrive una progressiva perdita di coraggio, dignità e autonomia morale. 

Parte dagli uomini capaci di assumersi le proprie responsabilità fino a coloro che preferiscono adattarsi, servire o parlare, senza mai assumere realmente il peso delle proprie parole.

È una classificazione letteraria, naturalmente. 

Ma, riletta alla luce di ciò che accade ogni giorno nella vita pubblica, conserva una sorprendente attualità.

Perché il problema non è soltanto stabilire chi abbia ragione o torto. È osservare come ciascuno si comporta quando arrivano le conseguenze delle proprie scelte: 

chi affronta le proprie responsabilità, chi cerca riparo, chi cambia posizione e chi, semplicemente, continua a starnazzare.

Forse è proprio questo il punto sul quale la lezione di Sciascia resta più difficile da dimenticare.

RDM

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