Gianluca Festa
L’attuale panorama politico avellinese si presenta come un mercato delle vanità, dove il trasformismo ha sostituito l’ideologia, rendendo la coerenza un reperto archeologico.
Il fenomeno dei saltatori della quaglia, pronti a migrare verso qualsiasi schieramento garantisca un bando o una poltrona, ha raggiunto vette di spudoratezza tali da annullare ogni distinzione etica tra i fronti contrapposti.
In questo scenario di fluidità opportunistica, la figura di Antonio Gengaro emerge come un’anomalia, rappresentando una visione politica che non si piega alle convenienze del momento.
La dedizione di Gengaro alla propria idea di comunità, appare quasi spietata nella sua integrità, una dote che lo ha portato in passato a gesti estremi come le dimissioni dal direttivo provinciale del Partito Democratico, pur di non tradire la propria coscienza.
Questo isolamento, subito per difendere le istanze del circolo Aldo Moro, sembra oggi giunto a una risoluzione grazie all'allineamento con la segreteria nazionale, ricucendo uno strappo che pareva definitivo.
La scelta di Nello Pizza come candidato unitario, segna un punto di svolta per una sinistra che per una volta, decide di non implodere ma di sfidare apertamente, un raggruppamento avversario composto da fuoriusciti e figure prive di qualsiasi bussola morale.
Laura Nargi
La competizione elettorale si preannuncia dunque come uno scontro tra la resistenza di un metodo fondato sulla dignità e una coalizione ibrida, specchio fedele di quanto accade a livello nazionale da anni, dove il potere è l’unico collante tra forze eterogenee.
La speranza risiede in un corpo elettorale che sappia ancora distinguere tra la difesa granitica di un principio, e la pervicace ricerca di un tornaconto personale.
Il rifiuto di assecondare quella porzione urbana che ha barattato l'onestà intellettuale, con una vacua e instabile rilevanza politica, rappresenta l'abbandono definitivo di ogni tensione morale.
Le formazioni politiche locali non sono entità isolate, ma agiscono come terminali periferici di strutture centralizzate, riflettendo pregi e difetti delle segreterie nazionali.
Questa filiazione trasforma il territorio in un laboratorio dove le direttive romane vengono applicate con una fedeltà spesso cieca, ignorando le specificità del tessuto sociale circostante.
La scelta dei due commissariati sembra quasi la ricerca di ritrovare se stessi anche ad Avellino, città ormai palcoscenico di una sceneggiatura priva di riferimenti moralmente perseguibili.
In questo panorama di decadenza, il centro per l'autismo resta sbarrato, la pianificazione delle corsie preferenziali assume contorni grotteschi e i drammi legati all'emergenza abitativa rimangono privi di soluzione.
Un ritorno a dinamiche del passato segnerebbe la resa di una comunità così marcia nelle coscienze, da rendere vano persino un improbabile intervento Superiore.
RDM


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