Il declino demografico della provincia di Avellino non è il frutto di un destino avverso, ma la logica conseguenza di un sistema che ha smarrito ogni riferimento.
Nel corso del duemilaventicinque il territorio ha registrato la perdita di ben tremila residenti confermando una tendenza all'evaporazione che dura da oltre un ventennio.
La città è scivolata dai sessantamila abitanti dei primi anni duemila ai poco più di cinquantaduemila attuali segnando un solco di ottomila partenze che pesano come macigni.
Non si tratta di un crollo improvviso bensì di un logoramento silenzioso fatto di valigie chiuse e di famiglie che scelgono altre latitudini per costruire il proprio futuro.
Liquidare il fenomeno come una piaga nazionale legata alla denatalità, è un esercizio di retorica sterile che serve solo a nascondere le responsabilità locali.
Chi ha avuto il coraggio di tornare dopo aver maturato esperienze professionali altrove, non lamenta la mancanza di talento o di bellezza, ma punta il dito contro l'assenza totale di visione politica.Esiste una differenza abissale tra un territorio che si muove e uno che resta immobile nascosto dietro lo schermo di slogan e inaugurazioni di facciata.
La vitalità di una comunità non si misura dal numero di locandine stampate per eventi effimeri, ma dalla capacità della struttura amministrativa di creare continuità e programmazione.
Negli ultimi anni Avellino ha puntato tutto su cartelloni e rassegne, dimenticando che un ecosistema incapace di trattenere i propri figli è un organismo destinato alla morte clinica.
Il turismo viene spesso sbandierato come la panacea di ogni male ma senza una strategia pluriennale, resta un fenomeno episodico che non genera permanenza né ricchezza.
Parlare di turismo lento senza creare percorsi stabili o laboratori visitabili tutto l'anno è pura narrazione romantica priva di sostanza.
Barbara Politi, ex assesore festiano al turismo..!
Serve un coordinamento unico del calendario territoriale e incentivi reali per chi decide di investire nell'Irpinia invece di inseguire costantemente l'urgenza del momento.
Quando una città perde abitanti smarrisce contemporaneamente contribuenti forza lavoro e prospettive per le proprie scuole.
Questo effetto a catena non si arresta con i comunicati stampa, ma con il coraggio di ammettere che il modello attuale è fallimentare.
Avellino forse, ma proprio forse, possiede ancora le potenzialità per diventare un laboratorio di innovazione grazie alla sua dimensione umana e al patrimonio culturale, ma questi elementi devono essere organizzati in modo competitivo.
I dati demografici negativi sono un segnale d'allarme che se ignorato diventerà presto una triste abitudine di spopolamento irreversibile.
La visione dei personaggi che fanno gola ai media, privi di capacità intuitive e perfino di voglia di cambiare secondo la regola gattopardesca di Tomasi di Lampedusa, è alla fine quanto anelino ancora e per sempre, in questo triste e grigio paesotto di pecore.
RDM
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