Nicola Giordano, ex consigliere comunale Pd, torna alla carica: per scegliere il candidato sindaco del centrosinistra servono le primarie.
Non per folclore interno – dice – ma perché l’ultima volta il nome fu deciso a tavolino e infatti finì come finì.
Il programma c’era, la visione pure, ma il candidato sbucò dal retropalco e il film politico si ruppe subito.
Giordano sostiene che la coalizione di allora possa reggere ancora, anzi andrebbe allargata:
coinvolgere Italia Viva, che alle regionali in Irpinia ha mostrato i muscoli, mentre alle comunali partecipò da ospite dell’ultima ora.Insomma, se si vuole un fronte largo e non un cartello traballante, servono regole di gioco trasparenti.
Le primarie, nella sua narrazione, diventano la panacea: pacifiche, democratiche, anti-interferenze romane, antidoto alle solite liturgie di palazzo.
E soprattutto uno scudo contro il rischio che Avellino torni ad essere una camera di compensazione per accordi e conti da regolare fuori città.
Il tempo però stringe, per Giordano bisogna decidere ora, fissare le regole a gennaio e dare ai candidati lo spazio per farsi conoscere davvero.
E propone pure un patto d’onore, chi perde si candida da consigliere e per cinque anni non mette piede in giunta né su poltrone collegate.
Così – assicura – si evita l’effetto primarie per un posto al sole.
Alle obiezioni sulle primarie fallimentari del passato, la risposta è secca: erano solo una ratifica mascherata, non un confronto vero.
E, forte del risultato regionale, Giordano ricorda che al Pd ora tocca dimostrare di meritare la fiducia ricevuta.
Con le primarie, almeno, la responsabilità sarebbe dei cittadini. O, quantomeno, anche loro avrebbero partecipato al gioco.
Certo, il pensiero dell’Ingegnere è lineare: dal suo punto di vista nulla da eccepire.
Ma dal nostro sappiamo bene che non basta delegare alla gente la scelta per produrre buona politica.
Perché, che si chiamino primarie o tavoli di coalizione, la pratica finisce spesso nella stessa trappola:
una campagna elettorale strisciante, perforante, abilissima nello sganciarsi dalla meritocrazia per tornare a nutrire la solita, ammuffita clientela.
Ricette miracolose, caro Giordano, non ce ne sono.
Alcuni strumenti sono certamente migliori di altri, qualcuno magari meno infestato di diavoli nel cappello.
Ma se non cambia la cultura che regge l’intero castello — quella del purché si vinca, del disonore travestito da pragmatismo — l’esito resta identico.
Primarie o no, senza un cambiamento di mentalità, Avellino continuerà a essere più un campo di regolazione che una città da costruire.
RDM
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