L’avvocato Luigi Petrillo, difensore di Gianluca Festa, sembra condividere con il proprio assistito non solo la strategia difensiva, ma anche un certo senso di urgenza nel voler condizionare il racconto pubblico della vicenda giudiziaria.
Il vecchio adagio chi si somiglia si piglia pare descrivere bene un’intesa che va oltre il piano professionale e diventa simbolo di un clima in cui comunicazione e giustizia si intrecciano in modo discutibile.
Già il 20 settembre dello scorso anno, pochi giorni dopo l’annullamento delle misure cautelari da parte della Cassazione, gli avvocati Petrillo, Mari e Vannitiello, tennero un’inattesa conferenza stampa per contestare la legittimità delle ordinanze.
Fu, allora come oggi, un gesto fuori luogo.
Un’iniziativa che sembrava voler spostare il confronto dal tribunale alle piazze mediatiche, quasi a imprimere un messaggio preventivo agli inquirenti e ai giudici futuri:
un tentativo di riscrivere la narrazione giudiziaria prima ancora che si aprisse il dibattimento.
Eppure, la deontologia professionale dovrebbe imporre ai legali il rispetto dei luoghi e dei tempi della giustizia.
Trasformare un’indagine in un processo mediatico, chiamando in causa opinione pubblica e tifoserie politiche, significa indebolire il principio stesso di legalità e alimentare un clima di sfiducia verso le istituzioni inquirenti.
Le intercettazioni, rese pubbliche nel corso dell’inchiesta Dolce Vita, hanno delineato uno scenario inquietante, confermato anche da episodi mai chiariti del tutto — come la sottrazione di un calcolatore e di documenti trasportati in scatoloni da Laura Nargi.
Eppure, su questi fatti è calato un silenzio che ha l’amaro sapore dell’omertà.
L’inchiesta stessa sembra ormai una rappresentazione teatrale: ogni giorno una novità, ogni settimana un colpo di scena, in un copione che pare più scritto dai protagonisti che dagli inquirenti.
E mentre la giustizia prosegue il suo corso, assistiamo all’ennesimo atto: Nargi e Festa di nuovo insieme, pronti a candidarsi alle regionali di novembre.
Il buon senso avrebbe suggerito un passo indietro, un profilo basso, un segnale di rispetto verso una città già provata.
Ma al posto del pudore è arrivata la solita ostentazione di forza, quasi a voler sfidare la misura e la memoria collettiva.
Ora la domanda è inevitabile: Avellino continuerà a essere la città amorale che, nelle ultime comunali, ha premiato chi doveva rendere conto, o saprà finalmente voltare pagina?
Le prossime elezioni diranno se la città ha deciso di restare prigioniera di un sistema di complicità o se, finalmente, avrà trovato il coraggio di dire basta.
RDM


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