Il diritto di accesso agli atti non è una concessione degli uffici, ma uno strumento essenziale per garantire trasparenza, controllo politico e rispetto della volontà popolare.
Riteniamo che quanto sta accadendo sollevi una questione di estrema gravità, che va ben oltre un semplice contrasto tra un consigliere comunale e gli apparati burocratici dell'ente.
È in gioco il corretto funzionamento delle istituzioni, il rispetto del mandato elettivo e soprattutto, il diritto dei cittadini a essere rappresentati da chi hanno scelto democraticamente.
Non possiamo accettare che l'esercizio delle prerogative di un consigliere comunale venga ostacolato, né che la richiesta di documenti e informazioni necessari a svolgere il proprio ruolo, sia trattata come un fastidio da contenere, anziché come un diritto da rispettare.
Il consigliere comunale non chiede favori, esercita una funzione pubblica nell'interesse della collettività.
Il suo compito non si esaurisce nella partecipazione alle sedute consiliari, ma comprende il controllo sull'attività amministrativa, la verifica degli atti, la valutazione delle scelte compiute, e la possibilità di informare i cittadini su ciò che accade nella casa comunale.
L'articolo 43 del testo unico degli enti locali, riconosce ai consiglieri comunali il diritto di ottenere dagli uffici, tutte le notizie e le informazioni in loro possesso, utili all'espletamento del mandato.
Non si tratta di un privilegio personale, ma di una prerogativa funzionale al controllo democratico e alla trasparenza dell'azione amministrativa.
Nicola Poppa, a quanto emerge dal confronto politico cittadino, sta diventando una voce scomoda per un’amministrazione, che sembra faticare a trovare una direzione chiara.
Le questioni che solleva non riguardano soltanto singoli provvedimenti, ma chiamano in causa il metodo con cui vengono assunte le decisioni, e la capacità di dare risposte concrete a una città, che da troppo tempo attende una programmazione lungimirante.
La vicenda della collocazione dell’università ne è un esempio emblematico.
Perché, ancora una volta, non si sia valutata fino in fondo la possibilità di utilizzare questa opportunità, per riqualificare uno dei quartieri rimasti ai margini dello sviluppo cittadino.
Avremmo potuto immaginare una presenza universitaria capace di portare studenti, servizi, attività economiche e nuove prospettive in aree che le amministrazioni, nel corso degli anni, non sono riuscite a valorizzare adeguatamente.
Invece, secondo le obiezioni sollevate da Poppa, la soluzione individuata rischierebbe di tradursi in un vantaggio soprattutto per Atripalda, considerata la collocazione degli spazi al confine con il territorio comunale, in prossimità del paese di San Sabino.
Una scelta sulla quale riteniamo necessario aprire una discussione seria, senza pregiudizi, ma anche senza rinunciare a domande scomode.
Quali benefici concreti ricadranno su Avellino? E perché non si è puntato su una soluzione capace di produrre anche una ricaduta urbanistica e sociale nei quartieri più trascurati?
Non è una questione di campanilismo.
È una ragione di pianificazione e di interesse pubblico.
Un insediamento universitario non dovrebbe essere valutato soltanto in base alla disponibilità immediata di locali, ma anche considerando la sua accessibilità, i costi di gestione, l'integrazione con il tessuto urbano e le opportunità che può generare per l'intera comunità.
C'è poi il problema degli spazi, della loro estensione e dei costi necessari per renderli funzionali.
Strutture molto ampie possono comportare spese significative per il riscaldamento e la manutenzione.
Aspetti che meritano una valutazione preventiva, documentata e trasparente.
RDM

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