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lunedì 1 giugno 2026

Avellino: la stupidità nella pretesa di una qualifica al femminile..!

 


La lingua italiana è ormai diventata il parco giochi di sociologi improvvisati e paladini del progresso a buon mercato. 

C'è chi si illude di elevare lo status della donna violentando i vocabolari e piegando la grammatica a un filone di politicamente corretto che rasenta il ridicolo. 

Si pensa davvero che modificare la sacralità dei ruoli istituzionali e delle cariche, sia la chiave dell'emancipazione, ignorando che la dignità si costruisce sui fatti e non sulle desinenze.

La farsa tocca il suo apice durante le liturgie, dove persino il clero si lancia in acrobazie verbali per sdoppiare i plurali collettivi. 

Un esercizio che si commenta da solo per la sua evidente stupidità, risultando alla fine offensivo sia per gli uomini sia per le donne. 

L'intelligenza umana non si lascia abbindolare da una specifica linguistica tanto ridondante quanto inutile. 

Il rispetto vero prescinde da queste storpiature ideologiche, e si sviluppa su basi ben più solide di una qualifica declinata al femminile, per accontentare la bizzarria del momento.

Il tentativo di imporre termini come sindaca, assessora o avvocata...non fa altro che accentuare una separazione di cui nessuno sentiva il bisogno. 

Questa ostinazione nel voler differenziare a tutti i costi i titoli istituzionali e professionali in base al sesso, finisce per creare una linea di demarcazione artificiale.

Invece di unire nel segno della competenza professionale, una simile distinzione linguistica rischia di innescare, prima o poi, un meccanismo di confronto basato esclusivamente sul genere. 

Si introduce così il pericolo concreto di una valutazione di merito distorta, dove l'attenzione si sposta dal valore del professionista alla sua desinenza grammaticale; 

spianando la strada a giudizi su quale dei due generi sia implicitamente migliore nello svolgimento di quel determinato ruolo.

RDM


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