Avellino appare come una città segnata da una condizione politica degenerativa, in cui, nonostante il susseguirsi di due commissariamenti consecutivi, la scena continua a essere occupata dai medesimi nomi, responsabili di vergogne nazionali e disastri amministrativi.
Il panorama politico locale, infimo e privo di slanci ideali, funge da specchio a un territorio che, pur possedendo personalità di indubbio valore, soffre la protervia di un ceto politico arretrato, segnato da evidenti carenze intellettuali e psichiche.
L’abitudine all’arroganza gestionale degli ex caporioni, ormai fuori gioco, ha generato la convinzione che l’amministrazione possa fondarsi soltanto sull’imposizione reiterata, di figure che, come malattie recidivanti, ritornano ciclicamente sulla scena pubblica.
Walter Giordano, protagonista di continue e opposte scelte di campo, ambisce ora al vertice di Palazzo di Città, pur non avendo mai dimostrato una reale aderenza alle problematiche cittadine.
Allo stesso modo, Enza Ambrosone, figlia spirituale di Mancino, riemerge prepotentemente dopo un lungo periodo di assenza, nonostante l'assenza per le cicliche sofferenze di Avellino.
Sorge spontaneo chiedersi perché Petracca, nel suo ruolo di guida, non promuova una rapida selezione di figure realmente autorevoli e gradite ai cittadini.
Basterebbe sottoporre alla segreteria alcuni riferimenti di alto profilo, e condurre un’escursione informativa imparziale per individuare il candidato adatto.
Invece, si preferisce persistere in un gioco di nomi precostituito, ignorando le potenzialità di un territorio che meriterebbe una classe dirigente all'altezza, anziché una gestione ostaggio di logiche di potere ormai logore e prive di futuro.
Chiedere a chi ha originato i problemi di risolverli resta una vana utopia.
È opportuno ricordare, per esempio, che Angelo Antonio D'Agostino, insieme a Gianluca Festa, ha operato attivamente per allontanare il mercato dalla sua storica sede nel piazzale antistante il campo sportivo, con il solo obiettivo di non turbare l'immagine del parco residenziale limitrofo.
In questo quadro di desolazione, appare spudorata la scelta di affidare un progetto amministrativo al sindaco di Montefalcione, ex piddino e oggi dirigente in Forza Italia.
Egli accetta di rinunciare al simbolo del proprio partito, pur di assecondare i capricci di Laura Nargi, la cui condotta politica sembra guidata da logiche ben distanti dalla capacità di condurre un Capoluogo.
La domanda sorge spontanea: la cittadinanza è ancora disposta a tollerare simili miserie?
Non è bastato lo squallore generato dalle ultime gestioni per innescare una necessaria ribellione?
È tempo di smettere di lamentarsi mentre gli alloggi popolari rimangono chiusi nei cassetti, le politiche sociali languono, e l'incuria dilaga tra gli abusi.
Finché prevarranno questi meccanismi di potere, la città continuerà a essere ostaggio di un'inefficienza cronica, rendendo vane le speranze di un reale rinnovamento amministrativo.
RDM
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