| Edoardo Iaccheo |
Ci piace ricordare Enrico Cocchia, professore e autore di molte opere, fra cui la Grammatica Scientifica dei Latini e Nicolò Montuori per i suoi scritti agrari e economici;
o Lorenzo de Conciliis, generale e capo dell'insurrezione del 1820, più volte condannato a morte, e Luigi Amabile, filosofo, storico e chirurgo di chiara fama.
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Non ci piacciono invece quelli ricordati per aver ricoperto cariche politiche, forse con dignità diversa da quanto vediamo oggi, ma certo meno importanti per l'apporto morale a una terra sofferente quale sia stata la nostra Irpinia.
Oggi invece, ci dobbiamo misurare con autentici improvvisatori che hanno nel proprio curriculum una raccomandazione e basta.
In un elenco trovato su internet di nomi avellinesi, leggiamo a stento Guido Dorso, mischiato con Gigetto Marzullo e Luca Abete, mentre i pionieri dell'imprenditoria, restano
regolarmente dimenticati.
La forza lavoro che ha ricostruito la città post 1945, quella che ha risvegliato coscienze e anime, che ha motivato generazioni e ha insegnato il sacrificio quale unica ragione di successo, e il rispetto e la dignità di sentirsi capace di fare il bene, annullata nei sentieri diabolici dell'oblio.E torniamo a Paolo Foti, povera caricatura dell'umano, è diventato in questi tre anni e mezzo di catastrofica gestione amministrativa, l'epilogo di una parabola vergognosa incominciata una quarantina d'anni fa.
Accusarlo non serve, il povero è stato immolato da una progenie di volgarità, ormai perduta nei labirinti del peccato determinante la propria autodistruzione.
L'esplosione delle ruberie, dei bilanci falsati o della svendita dei beni pubblici, è la fine di un'epoca triste e vile.
Siamo solo umili spettatori attoniti, incapaci di ogni reazione, sconfitti dalla paura e dal servilismo: nessuno capisce, purtroppo, che avere la forza di combattere, può salvarci dalle mille morti che ogni giorno ci assalgono.RDM
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